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Meta, la società madre di Facebook, è stata condannata a pagare una multa record di 25 miliardi di dollari per aver fornito informazioni ingannevoli sulla privacy, sull’odio online e sulla gestione della disinformazione. La decisione, presa da un giudice del New Mexico, è il risultato di un processo che ha evidenziato numerosi errori nelle dichiarazioni rivolte agli utenti.
Il caso e la multa da 25 miliardi
Un giurato ha stabilito che Meta ha presentato 26 affermazioni fuorvianti relative a privacy, contenuti di odio e altre tematiche. La sentenza si basa sul New Mexico Unfair Practices Act, la legge statale a tutela dei consumatori.
Il conteggio delle violazioni, pari a 43.899.725, non indica il numero di persone coinvolte, ma la stima dell’audience per ciascuna dichiarazione ingannevole. La legge consente multe fino a 5 000 $ per violazione, perciò il giudice ha inizialmente calcolato un importo superiore a 219 miliardi, poi ridotto a 25 miliardi. La somma non servirà a risarcire gli utenti, ma sarà destinata al sistema scolastico del New Mexico.
Cosa ha affermato Facebook agli utenti
Tra le dichiarazioni contestate, spicca quella del 2010 del fondatore Mark Zuckerberg: “Non condividiamo le tue informazioni personali con persone o servizi che non desideri”. Il giudice ha ritenuto fuorviante, poiché la scelta di chi poteva vedere un post non limitava l’accesso dei developer di app esterne, i quali operavano su impostazioni separate, poco conosciute dagli utenti.
Le accuse del New Mexico
La procura ha avviato l’azione legale nel 2021, partendo dallo scandalo Cambridge Analytica, che aveva raccolto dati di fino a 87 milioni di utenti tramite un’app di terze parti. Tuttavia, il caso si è ampliato, includendo:
- Accesso esteso di terze parti alle informazioni degli utenti.
- Presunta tolleranza di contenuti dannosi quando questi favorivano gli interessi commerciali della piattaforma.
- Inadeguata trasparenza su come venivano gestiti odio e disinformazione.
Le reazioni di Meta
Meta ha dichiarato di intendere fare appello, sostenendo che la multa viola i principi costituzionali di giusto processo e di divieto di multe eccessive. L’azienda ha inoltre definito la causa un tentativo di imporre “una tassa sulla libertà di espressione”.
Come proteggere la propria privacy sui social
Il caso evidenzia che la privacy non dipende solo dal decidere chi può vedere i propri post. Ecco alcune precauzioni pratiche per limitare la quantità di dati condivisi:
- Condividi in modo selettivo: evita di inserire dati sensibili (indirizzo, posizione in tempo reale) e limita la visibilità dei contenuti.
- Verifica le autorizzazioni delle app: controlla se le app collegabili al tuo profilo richiedono contatti, posizione precisa o l’intera libreria fotografica, e disattiva gli accessi non necessari.
- Rivedi le impostazioni di tracciamento e pubblicità: cerca le opzioni per limitare gli annunci personalizzati, il monitoraggio al di fuori della piattaforma e la condivisione dei dati.
- Sii critico verso le app collegate: prima di autorizzare quiz, giochi o altri servizi, controlla quali informazioni richiedono e rifiuta quelle non pertinenti.
- Comprendi il significato di “privato”: restringere il pubblico dei post controlla chi li vede, ma non impedisce al social network di raccogliere dati sulla tua attività.
In sintesi, la sentenza da 25 miliardi contro Meta sottolinea la necessità di una maggiore trasparenza da parte delle piattaforme e invita gli utenti a gestire attivamente le proprie impostazioni di privacy, pur consapevoli dei limiti intrinseci dei sistemi online.